Fara Filorum Petri

Fara Filorum Petri città dei figli di Pietro e delle Farchie

La curiosità, talvolta, vale un viaggio. Da Chieti, magari, muovendo per l’altalenante strada che scollina lungo le pendici della Majella. La curiosità nasce da un nome che è frutto di storia e leggenda che, come spesso accade, si mescolano tra loro. Il nome è Fara Filorum Petri.

Fara Filorum Petri: la terra dei figli di Pietro

La città sorge al centro della Val di Foro. Situata proprio alle porte del Parco Nazionale della Majella. A 227 metri sul mare. Con il centro storico a ridosso di un colle circondato da tre fiumi: la Vesola San Martino, la Vesola Sant’Angelo e il Foro. Il nome Fara Filorum Petri è un toponimo longobardo. La leggenda racconta che il nome gli è stato dato da un tal Pietro. Prolifico progenitore di una numerosa famiglia e fedele castaldo nell’amministrare i beni dei longobardi i quali lo ripagarono regalandogli le terre che aveva curato. È così Pietro decise di chiamare quel centro Fara Filorum Petri, ovvero Fara dei figli di Pietro. Un altra tesi fa risalire la scelta del nome alla presenza di monaci celestini nel convento di Sant’Eufemia. Questi monaci infatti si facevano chiamare “Figli di Pietro” (Pietro era il nome del fondatore, Pietro Da Morrone).

Dal dominio longobardo al controllo del monastero di Montecassino

La posizione strategica arroccata fa intuire la sua antica natura. Una posizione facilmente difendibile, vicina ad un corso d’acqua. Infatti i longobardi la scelgono per costruire il primo nucleo abitativo tra il VI e l’VIII secolo. Divenne da subito sede di artigiani, coltivatori e pastori. Intorno all’anno 1000 comincia a farsi sentire l’influenza dei monaci benedettini del monastero di Montecassino. Tramite la vicina abbazia di San Liberatore a Majella i monaci benedettini hanno su Fara potere temporale e spirituale. Testimoniato dalla fondazione del convento di Sant’Eufemia e della Chiesa di San Salvatore, costruita sui resti di un castello del III secolo d.C..

Il paese delle 100 reliquie

Nel 1300 Fara passa sotto il potere della Contea di Manoppello retta dai conti Orsini, pur persistendo ancora la presenza benedettina. Risale a questo periodo la chiesetta di Sant’Agata. Dopo il 1500, a causa delle guerre franco-spagnole, Fara passò dal potere degli Orsini sotto al potere dei Colonna per ordine del re di Spagna. È durante questo periodo che Fara riceve oltre 100 reliquie di santi e addirittura una scheggia della croce di Cristo. Reliquie che tuttora sono gelosamente conservate nella parrocchia di San Salvatore. Questo a testimonianza di quanto il paese fosse centro importante di religiosità sotto i benedettini. Nel 1800 con la caduta dei Colonna (per mano di Giuseppe Garibaldi) per Fara finì il periodo del feudalesimo.

Il giorno delle Farchie: la storia diventa tradizione

Nel gennaio 1799 le truppe francesi dopo aver abbattuto la fortezza di Civitella sciamano in Abruzzo e arrivano nei pressi di Fara Filorum Petri. Mentre si apprestano al saccheggio come per miracolo le querce dei boschi cariche di neve prendono fuoco. Il gigantesco falò allontana le soldataglie e salva il paese. È la notte del 16 gennaio vigilia di Sant’Antonio Abate. Questa data diventa per tutti il giorno delle farchie. Alti totem. Fasci di canne pazientemente raccolte e messe a seccare durante l’anno. Saldamente serrate e trascinate nelle varie contrade. Fino allo spiazzo davanti alla chiesa di Sant’Antonio Abate. Lì vengono arditamente innalzate verso il cielo. A notte, tra un’assordante esplosione di mortaretti, sono accese. Le farchie bruciano fino al mattino seguente. L’antico atto del fuoco purificatore assume il valore di storica rievocazione.

Fara Filorum
Le Farchie nella piazza antistante la Chiesa di Sant’Antonio abate il 16 gennaio

Un giro per il centro storico

Salendo le strade del paese si incontra l’unico resto della cinta muraria del paese. Un arco in stile gotico sormontato da uno stemma consumato dal tempo. Nel quale è ancora riconoscibile lo stemma degli Orsini-Colonna. Vicino si trova un torrione in conci di pietra, ridotto purtroppo a rudere. Attraverso le piccole viuzze si arriva alla Chiesa principale di San Salvatore. È di origine alto-medievale. Risale all’XI secolo. L’interno è a impianto benedettino a tre navate di cui una, successivamente, è stata trasformata in portico. All’interno è conservato una bellissima croce processionale di Nicola da Guardiagrele.
Passeggiando ci accorgiamo che ogni quartiere ha la una chiesa omonima. Sant’Antonio Abate che risulta già esistente nel 1365. È a navata unica. La chiesa della Madonna del Ponte è stata costruita nel 1634. La facciata è in stile neoclassico con 4 paraste doriche che la suddividono in tre parti.

La chiesa costruita sul boschetto di querce

Senza dubbio la chiesa più importante è quella di Sant’Antonio Abate ai colli. Edificata nel 1947. Costruita sul luogo dove è avvenuto un miracolo. Durante la seconda guerra mondiale dai tedeschi fu intimato a una famiglia del posto di sfollare. Il carro trainato dai buoi, in viaggio verso Chieti, si ferma nei pressi del bosco di querce. I buoi si inginocchiano, e allora la famiglia torna indietro a casa miracolosamente. Tutto questo è ritenuto miracolo di Sant’Antonio abate. Per ringraziamento, sia per quest’ultimo fatto, sia per la leggenda delle querce, sia per il miracolo del 1799, venne costruita la chiesa.
Il viaggio per ammirare Fara Filorum Petri è ripagato dalla bellezza dei posti. Dai panorami infiniti della montagna madre che si stende bella e protettrice. Ma anche dalla scoperta di un paesino che ha saputo conservare intatte le sue tradizioni.

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Autore dell'articolo: Mirko Di Leonardo