PESCOSANSONESCO – Migrare dal mare alla montagna, senza tradire i propri ideali e le proprie caratteristiche ma cercando, anzi, di ampliare sempre più quegli orizzonti di pensiero che stanno alla base di un buon vino. Si può riassumere così l’ultimo percorso esistenziale di Pasetti, che ha scelto oltretutto di realizzare i suoi prodotti in un’area protetta quale quella del Parco Nazionale Gran Sasso e Monti della Laga. Una decisione mirata, per offrire ulteriori garanzie dal punto di vista ambientale, ad arricchire sempre più un vino di pregio. È un lungo iter che, dai remoti inizi in epoca borbonica, in agro di Francavilla al Mare a ridosso dell’Adriatico, arriva fino ai giorni nostri con una viticultura di montagna. E, proprio per raccontare i suoi ultimi progetti, la famiglia Pasetti ha organizzato nello scorso weekend un press tour al quale hanno partecipato circa 30 giornalisti tra nazionali e abruzzesi.

Due giorni decisamente intensi, durante i quali gli operatori della stampa hanno potuto prendere cognizione delle differenti situazioni ambientali e degustare vini che sono ciascuno il risultato delle diverse specificità, vigna per vigna. Presente in uno degli appuntamenti anche il presidente del Parco, il dottor Tommaso Navarra, che ha voluto ribadire la peculiarità del territorio, la preziosità delle varie identità locali e la proficua collaborazione con la famiglia Pasetti che opera all’interno di questa riserva naturale. La cantina possiede un totale di 270 ettari, dei quali 70 a vite. Le uve coltivate sono Pecorino, Passerina, Trebbiano d’Abruzzo, Montepulciano d’Abruzzo e Moscatello di Castiglione; piccola percentuale di varietà internazionale, Chardonnay e Cabernet sauvignon. Verrebbe da dire che ce ne sia per tutti i gusti, con il faro della qualità a illuminare costantemente la strada fatta e, soprattutto, a indicare la via ancora da percorrere.

Sabato mattina c’è stato il raduno con l’intero gruppo a Capodacqua per una prima visita ai vigneti dell’azienda: “Noi non siamo originari di questa zona, ma da qualche tempo abbiamo deciso di puntare anche su questi terreni”, ha spiegato Domenico Pasetti accogliendo i presenti. Per poi aggiungere:
“L’autoctono è qualcosa che non dimenticheremo mai, d’altronde siamo stati tra i primi a fare il Pecorino, ma ora vogliamo dedicarci al Pinot nero. Se il cambiamento climatico continua, tra qualche anno potremo anche piantare il Montepulciano. La vite è come un atleta che si appresta a fare una gara, e pertanto deve stare in equilibrio. Va considerato che qui la notte c’è un freddo termico importante. Siamo molto attenti a tutto ciò che accade in natura. Possiamo fare l’irrigazione del vino con l’acqua minerale. Nelle zone dove operiamo, oltre alla salubrità, abbiamo temperature più basse e piovosità regolare. Abbiamo risolto inconsapevolmente un problema che oggi sta diventando drammatico per le classiche zone vitate”.

Pasetti, a proposito del suo gioiello enoico, parla di “un’acidità molto spinta e una mineralità che ritroviamo nel bicchiere. La luminosità ideale per le vigne non è quella diretta ma quella diffusa: la vigna di Capodacqua ha un orientamento ad ovest. Qui facciamo solo il Rosato”. E adesso si guarda avanti. Come stupirsene, d’altronde? Mimmo è ritenuto un imprenditore visionario, che fa della continua innovazione il proprio mantra. Il suo progetto controcorrente è cominciato nel 2000, quando nella ditta ha assunto il ruolo decisionale.
Dalla zona costiera, sede storica dell’azienda, si è poi orientato verso l’interno, cominciando ad acquistare sempre più terreni, a partire da Pescosansonesco, il cui terroir argilloso-calcareo, posizionato al di sopra della roccia appenninica, è perfetto per la coltivazione del Montepulciano. La significativa escursione termica tra giorno e notte a circa 550 metri sul livello del mare garantisce che il vino abbia un profilo sensoriale elegante e di alto lignaggio.

A ora di pranzo il gruppo si è spostato sul fiume Tirino per partecipare a una ricca conviviale con degustazione del Cerasuolo d’Abruzzo ‘Testarossa’, fiore all’occhiello dell’azienda, in abbinamento a salumi, formaggi e latticini, nonché piatti di carne e pesce, dall’agnello agli arrosticini fino ai calamari con piselli. E, come primo, gli immancabili (e abruzzesissimi) anellini alla pecorara. Il tutto, accompagnati dalle magiche note di un sax.
Il Testarossa di Pasetti è un vino dal colore brillante e dal sapore intenso, fresco e minerale, caratterizzato da note fruttate e floreali, che viene prodotto con la tecnica della ‘svacata’, tipica della tradizione del territorio aquilano. Il vino del brand di riferimento dell’azienda è nato negli anni ’80 sempre per mano di Mimmo Pasetti: per festeggiare la nascita di Francesca con i capelli rossi proprio come la trisavola Donna Rachele, figura importante nella storia della famiglia, si imbottiglia separatamente il miglior Montepulciano presente in cantina.

A proposito di famiglia, Mimmo gestisce la sua realtà imprenditoriale insieme alla moglie Laura e ai tre figli, ognuno con un ruolo definito. Francesca Rachele si occupa dell’amministrazione, Massimo dell’esportazione e della visibilità internazionale e Davide, che è enologo, della produzione del vino. Il Cerasuolo è una tipologia che l’azienda ha deciso di ripresentare sul mercato dopo ben 13 anni: le sue uve provengono dall’agro di Capestrano, con un terreno di medio impasto tendente al sabbioso e di forte matrice ciottolosa. Elementi che, ovviamente, incidono sul prodotto finale.
E il Testarossa resta ancora oggi una certezza: nonostante tutti quegli anni di stop, ha accompagnato idealmente il processo di trasformazione che dalla zona costiera dell’Abruzzo è arrivato infine a Capestrano, Castiglione a Casauria e Ofena. Poiché tutti i vigneti sorgono all’interno del Parco Nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga, la Cantina Pasetti è autorizzata ad apporre il logo del Parco sul retro delle sue bottiglie.

Dopo il pranzo sono seguiti un giro in canoa (rigorosamente griffata Pasetti) sul Tirino, tra i corsi d’acqua più puliti d’Italia ma anche d’Europa, e una passeggiata a cavallo per mantenere quell’indispensabile contatto con la natura. Prima, però, la giornata ha previsto una tappa anche alla fonte di Capodacqua, dove l’acqua sgorga direttamente dal ghiacciaio del Calderone, simbolo della lotta al cambiamento climatico. Perché Pasetti ha una convinzione assolutamente condivisibile: di qui a pochi anni, i terreni dove attualmente vengono “coccolati” i vigneti rischiano di diventare incoltivabili, e pertanto è necessario salire di quota, così da riuscire a proseguire concretamente questo discorso.
“Più di 20 anni fa – racconta Mimmo – abbiamo deciso di avventurarci in aree diverse da quelle in cui eravamo abituati a vivere e operare, alla ricerca di una vita diversa e di prodotti con qualità diverse, alla ricerca di un nuovo equilibrio. Eravamo inconsapevoli ma oggi, visto il dramma dei cambiamenti climatici in atto, ci troviamo a poter affrontare egregiamente anche questa problematica”.

E, in tutto questo, non poteva mancare un momento dedicato all’arte, con la visita alla suggestiva Abbazia di San Pietro ad Oratorium, in stile romanico: un luogo ricco di passato e mistero, arricchito dal famoso quadrato magico. Lì ci sono dei simboli quasi esoterici, con molti richiami più alla cultura bizantina che a quella cristiana, a partire dall’affresco principale della chiesa che mostra Gesù Cristo, proprio sopra al ciborio. Come a dire, un po’ di cultura e conoscenza storica del territorio non guastano mai. E, rimanendo in tema, sentite qua:
“Il nostro ultimo progetto riguarda l’acquisizione di 150 ettari in località Forca di Penne – ha affermato Mimmo – fino a 1050 metri sul livello del mare, tra fitti e floridi boschi del Parco Nazionale. Il sito è attraversato dal Tratturo Magno, fu stazione di sosta per la transumanza, riconosciuta come Patrimonio immateriale dell’Umanità dall’Unesco. Con la sua Torre Medievale che fu anche proprietà dei Medici, Forca rappresenta il punto di confine fra le province di L’Aquila e Pescara. Dalla sua sommità ai piedi della torre medicea, ad ovest si osservano le cime dell’Appennino interno, a est l’estensione delle province di Pescara, Teramo e Chieti fino all’orizzonte con il turchese Adriatico. A sud e a nord, in una manciata di chilometri, le vette della Maiella e del Gran Sasso. Mi piacerebbe ristrutturare quella Torre, anche per la sua valenza storico-turistica: finora non sono riuscito a ottenere le necessarie autorizzazioni, ma non mollo”.

Uno dei momenti clou di questo tour, però, è stata la visita a “Il deserto”, dove la ventosità è alta. La Cantina ha scelto di realizzare vini in altitudine, valorizzando il terroir unico della zona, e in tal senso una grande novità è rappresentata dall’impianto di una vigna di Pinot nero e Chardonnay a Forca di Penne, destinata alla produzione dello spumante metodo classico. L’agronomo del gruppo, il piemontese Maurizio Gily, ha raccontato dell’inserimento nei vigneti di alcune stazioni meteo:
“Con Mimmo – ha spiegato Gily – abbiamo deciso di installare nei terreni di Forca di Penne, così come negli altri siti, alcune stazioni meteo per monitorare le condizioni climatologiche che poi, insieme alle valutazioni chimico-fisiche del terreno, vanno a supporto delle scelte per i nuovi impianti in termini di varietà e sistemi di allevamento, ciascuno progettato in base agli obiettivi enologici a priori prefissati. Queste inoltre ci aiutano nello studio della presenza dei funghi patogeni in maniera da poter intervenire in fase preventiva solo ed esclusivamente quando se ne verifichino le condizioni. Ad ogni modo, per le situazioni climatologiche tipiche di queste zone, la pressione degli sviluppi fungini è molto limitata”.

Proprio a seguito delle analisi agro-climatologiche (i dati verificati sono stati comparati con altri provenienti da stazioni meteo di zone spumantistiche a livello mondiale, tra cui Rheims), la famiglia ha ritenuto di impiantare, sul sito di Forca, Chardonnay e Pinot nero per la produzione in futuro di una bollicina metodo classico. Tra tutto ciò che abbiamo potuto vedere nella giornata di sabato 22 giugno, “il deserto” è sicuramente una delle sfide più avvincenti. Pasetti, ormai da 5 generazioni, porta avanti il lavoro vitivinicolo sempre con la stessa passione e determinazione. Che sono tangibili in qualsiasi momento:
“Ho sempre avuto l’ambizione di fare qualcosa di diverso – svela Domenico – Abbiamo sempre buttato il cuore oltre l’ostacolo nella consapevolezza che ogni traguardo fosse solo un punto di partenza verso il futuro”.

Un altro aspetto importante della filosofia aziendale è la “nutrizione” delle viti. In azienda non si parla di concimazione ma, appunto, di nutrizione, che è un concetto ben diverso: “La radice del vigneto è lo stomaco del vigneto. Abbiamo voluto unire il terreno di zone diverse. Questa vigna sta in perfetto equilibrio. Ha una disponibilità di acqua al piede sufficiente”, conclude Mimmo Pasetti.
Cruciale è non l’apporto dei minerali, ma l’attenzione alla presenza, al benessere e all’incremento del sistema microbiologico che nel terreno vive ed è in stretta simbiosi con l’apparato radicale delle viti. Perciò nelle diverse unità aziendali sono state predisposte delle stazioni di compostaggio. Tutti i residui della filiera vitivinicola vengono miscelati con sostanza organica “letame”, proveniente da stalle presenti nelle montagne intorno. Si parla di una tecnica utile anche al sequestro del carbonio che, una volta re-interrato, sarà definitivamente sottratto all’atmosfera.

La conduzione delle vigne, in una zona dove il clima è continentale con inverni rigidi, è nella forma integrata con particolare riguardo alla sostenibilità. Perché è vero, bisogna pianificare le attività viticole in base alle previsioni climatiche per minimizzare i danni da eventi avversi, gestendo efficacemente il vigneto ma prestando altresì attenzione, come detto, alla sostenibilità:
“Questo è un punto peculiare – ci ha spiegato Mimmo Pasetti – che garantisce la salubrità dei nostri vini. Il Parco Nazionale è un contesto vergine, lontano dall’inquinamento delle aree vallive, dalla contaminazione antropica. L’autorità di vigilanza del Parco Nazionale monitora, controlla e analizza ogni aspetto dei processi lavorativi verificando in primis il rispetto dell’ambiente”.

Non di meno va sottovalutato il discorso legato alla ricettività: il press tour si è infatti concluso nella Tenuta di Pescosansonesco, una meraviglia che unisce storia, comfort e bellezza naturale, con un casolare storico e una piscina rinfrescante per far vivere un’esperienza indimenticabile a tutti i suoi ospiti. Quando Mimmo Pasetti decise di comprare il terreno da cui poi sarebbe nato l’Harimann, il Montepulciano di punta dell’azienda, lo fece a patto di acquisire anche il casolare, che apparteneva alla famiglia Trojani (il barone Camillo fu per anni amico e finanziatore di Corradino D’Ascanio). Questo elemento, inizialmente quasi snobbato, si è poi invece rivelato fondamentale nel corso del tempo, conferendo ancora più valore a tutto il progetto.
Il casolare della Tenuta di Pasetti è una testimonianza di ciò che è stato, un edificio che ha saputo mantenere intatto il suo fascino attraverso i secoli. Con le sue sei camere, arredate con gusto e attenzione ai dettagli, mette a disposizione un rifugio perfetto per chi desidera immergersi nella tranquillità della campagna abruzzese. Ogni stanza è dotata dei comfort moderni necessari per garantire un soggiorno rilassante, senza però rinunciare al carattere autentico che permea ciascun angolo della struttura. Insomma, tutte le sfaccettature di Pasetti sono mondi a sé da scoprire con cura e lentezza.

Proprio nella tenuta di Pescosansonesco abbiamo avuto la possibilità di sperimentare la verticale di alcune annate dell’Harimann, i cui vigneti, coltivati a tendone per appena 2 ettari, si estendono nel comune di Pescosansonesco. Un viaggio lungo 17 anni. L’Harimann 2017 è l’annata attualmente in commercio: “Vogliamo raggiungere l’estrema potenza, nonché la massima esuberanza del Montepulciano. In bocca questo è un vino grasso e strutturato”, dice Davide Pasetti, che se n’è occupato in prima persona in qualità di enologo. E la sua mano si sente eccome: questa annata è infatti profondamente diversa dalle precedenti, e per il gusto di Vistabruzzo.it si rivela senza dubbio la migliore perché si avvicina molto più delle altre al nostro concetto di “vino rosso”. L’Harimann, però, è stato (ed è) anche molto altro: già quello del 2012 al naso è più ematico e in bocca risulta acido e amaro, tanto che potrebbe rientrare nel disciplinare dell’Amarone.

L’amaro, in effetti, è il minimo comun denominatore, e lo ritroviamo anche nel 2009 con note fruttate in sottofondo e un tannino morbidissimo e persistente. Con l’Harimann 2007 torna la nota tartufata, mentre quella fruttata è andata un po’ a morire: in bocca questo vino è un po’ più secco e asciuga un po’ di più il palato. Il 2004 al naso è etereo con una nota di ciliegia sotto spirito: insomma, la nota dell’alcool è un po’ pungente, mentre in bocca c’è una vena bella acida che i suoi “fratelli” non hanno. La degustazione si è chiusa con la prima annata prodotta, il 2000: un vino fatto con uva di secondo germogliamento perché all’epoca ci fu una gelata. In quell’anno, infatti, si vendemmiò con la neve per terra. Il risultato? Un sapido dalle note mattonate, che ha già superato il suo apice e sta affrontando la fase calante, ma al naso resta comunque interessante. È la lunga storia della Cantina Pasetti. Che non è affatto terminata, anzi.


